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Il giorno in cui l’Intelligenza Artificiale ci rubò la creatività.​

Il giorno in cui l'Intelligenza Artificiale ci rubò la creatività.​

Dov’eri il 10 marzo 2016? Nei secoli a venire questa data sarà imparata a memoria da generazioni di alunni, come noi ricordiamo a memoria il 12 ottobre 1492 o il 14 luglio 1789, si scriveranno romanzi, si gireranno film.

Ma noi dove eravamo il 10 marzo 2016?

Quel giorno un uomo solo combatté un’epica battaglia per salvare l’umanità. Difendeva tutti i nostri valori più alti. La bellezza. L’intuito. La creatività. La creatività, soprattutto.

Quell’uomo si chiama Lee Sedol, è coreano e fu sconfitto.

Lee Sedol è uno dei più forti giocatori di Go nella millenaria storia di questo gioco. Per chi non lo conoscesse, il Go è uno dei giochi più antichi e complessi che l’uomo abbia mai creato. Anzi, non è solo un gioco ma una cultura radicata, una forma d’arte. Un proverbio dice che non esistono due partite uguali, ed è plausibile che sia vero perché ha molte più variabili degli scacchi, per fare un esempio. Se l’intelligenza artificiale ha battuto l’uomo a scacchi a metà degli anni Novanta, pochi avrebbero immaginato che sarebbe riuscita a sconfiggere l’uomo a Go prima del 2025.

Ci è riuscita quel 10 marzo 2016.

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Lee Sedol durante nei giorni della partita con AlphaGo.

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E se l’uomo ha accettato di buon grado la sconfitta a scacchi, questa è molto più difficile da digerire. Quando DeepBlue sconfisse Garry Kasparov il 10 febbraio 1996 ci fu un breve terremoto ma l’umanità trovò subito un nuovo equilibrio. Non solo perché Kasparov vinse la serie 4-2, ma perché le due vittorie del software sviluppato da IBM furono muscolari, frutto di una sciatta forza bruta di calcolo. Tutto sommato è stato facile accettare che un computer fosse meglio dell’uomo a fare calcoli.

Il computer batté l’uomo a scacchi semplicemente perché sapeva prevedere molte, molte, molte più mosse. Non c’era nessuna vera intelligenza, nessuna virtù, solo dedizione e applicazione. Ci costò poco cedere queste qualità.

Ma il 10 marzo 2016 a Seoul l’uomo perse per sempre il genio e la creatività.

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La partita.

Lee Sedol era certo di vincere contro il programma AlphaGo, sviluppato da Google. Pensava di giocare contro un “semplice” programma, ma non era così. AlphaGo non è stato programmato solamente facendogli digerire migliaia di partite giocate dagli uomini. AlphaGo ha imparato da solo, giocando contro sé stesso milioni di partite e sviluppando mosse e strategie che nessun uomo aveva mai giocato (bellissimo il documentario di Greg Khos che racconto lo sviluppo dell’algoritmo fino alla sfida con Lee Sedol). Lee Sedol perse tutte le prime tre partite della serie al meglio delle cinque, finita 4-1. Ed è interessante analizzare le fasi psicologiche che questo eroe attraversò. Prima arriva il riconoscimento della forza dell’avversario, che dalle prime mosse della gara uno si rivela in grado di giocare a un livello ben più alto di quanto il campione sudcoreano pensasse.

Poco dopo arriva il fastidio. Come osa un programma, come osa un ammasso di silicio attraversato da deboli scariche elettriche mettere in difficoltà una delle massime espressioni umane di una disciplina millenaria?

Ed ecco l’istante in cui si rivela la fragilità umana in tutta la sua commovente meraviglia. Lee Sedol ha di fronte il taiwanese Aja Huang, membro del team di AlphaGo e giocatore amatoriale di Go che ha il semplice compito di caricare le mosse sul computer e mettere il sasso dove decide l’algoritmo. Non sta giocando, esegue. Non c’è nulla da scrutare nel suo volto, nessuna strategia che si rivela nel suo linguaggio del corpo, nelle increspature delle sue espressioni, come accade nei giocatori in carne e ossa. AlphaGo non ha un corpo, o se ce l’ha non assomiglia a Aja Huang. Eppure Lee Sedol, in un attimo di smarrimento, alza lo sguardo per cercare una risposta nel volto di Aja Huang. È solo un istante. Si rende subito conto dell’assurdità del suo gesto e abbassa gli occhi. Ma nella sua mente si sta forse chiedendo, chi è, cos’è questa cosa che mi sta battendo?

E infine arriva la sconfitta. È una sconfitta bruciante, ma non è ancora la sconfitta dell’Uomo. Il momento storico non appare diverso da quello della sconfitta di Garry Kasparov nel 1996. È la prima sconfitta di un uomo a Go, doveva accadere. Pensavamo sarebbe successo una decina d’anni dopo, è successo quel 9 marzo 2016.

Il giorno dopo si gioca gara due. È il 10 marzo 2016 e questo sì è il giorno della sconfitta dell’Uomo. L’epifania arriva alla mossa 37. È il momento in cui l’Umanità si accorge di avere a che fare con qualcosa che non aveva mai visto prima, una forma di intelligenza diversa e superiore che metterà in dubbio i valori umani più profondi. Ed è emblematico che l’Umanità, in quel momento rappresentata da Lee Sedol, fosse fuori a fumare una sigaretta. Il campione rientra, si siede, in principio ha un sorriso beffardo perché pensa a un errore, tutti pensano a un errore dell’algoritmo. Nessun uomo aveva mai giocato quella mossa e nessuno l’avrebbe mai giocata perché qualunque maestro l’avrebbe additata come errore. Ma non era un errore. Era bellezza. Era intuito. Era creatività.

Lee Sedol, commentando la mossa 37, ha dichiarato:

“Questa mossa mi fa pensare al Go in un’altra luce. Cosa significa la creatività nel Go?”

La domanda resta aperta. Cosa significa la creatività per l’Uomo? AlphaGo vince anche gara tre. Ma in gara quattro, con la serie al meglio delle tre già persa, succede qualcosa di imprevedibile. L’Uomo ha un colpo di coda. Nella mossa 78 il campione sudcoreano fa qualcosa di altrettanto inaspettato della mossa 37 e manda letteralmente in tilt l’algoritmo.

Lee Sedol racconterà:

“Sentivo la gente urlare di gioia. Credo che il perché sia chiaro. La gente sentiva impotenza e paura. Sembrava che noi umani fossimo deboli e fragili. E questa vittoria ha significato che possiamo ancora cavarcela da soli. Più il tempo passa più sarà dura battere l’intelligenza artificiale. Ma vincere questa volta, sento che è abbastanza. Una volta è abbastanza”.

Ma non è vero. Non possiamo più cavarcela da soli, non dopo la mossa 37.

Un anno dopo AlphaGo batterà il Campione mondiale in carica, il cinese Ke Jie, tra il 23 e il 27 maggio 2017 a Wuzhen, in Cina. Ke Jie dirà:

“Dodici mesi fa il suo modo di giocare era ancora simile a quello di uomo, stavolta sembrava di avere di fronte un dio”.

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Ke Jie piange verso la fine di gara tre contro AlphaGo.

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Ma resta aperta quella domanda, pronunciata a bassa voce, con tutta l’educazione e il rispetto di Lee Sedol.

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Cosa significa la creatività per l’Uomo?

Per cominciare a intravvedere una risposta bisogna aspettare ancora qualche mese dopo la sconfitta di Ke Jie, fino al dicembre del 2017, più di un anno e mezzo dopo quel 10 marzo 2016.

AlphaZero, l’equivalente di AlpgaGo nel gioco degli scacchi (dove “zero” sta per l’ammontare di conoscenza esterna di cui ha bisogno, visto che ha imparato tutto da solo giocando contro sé stesso), batte senza appello Stockfish, uno dei migliori programmi tradizionali di scacchi che da quasi vent’anni giocano un campionato a parte riservato ai soli algoritmi.

Ecco la cosa più interessante.

Stockfish prevedeva 70 milioni di mosse al secondo, AlphaZero solo 80 mila. Ogni mille mosse previste da Stockfish, AlphaZero ne prevede una sola. Eppure su cento partite ha vinto 28 volte e pattato 78. Non ha mai perso.

È la conferma di quello che si era intravvisto nella mossa 37. L’intelligenza artificiale non ha più bisogno di mostrare i muscoli, non vince con la forza bruta di calcolo. Vince perché ha imparato la bellezza, l’intuito e la creatività.

Secondo Jürgen Schmidhuber, uno degli scienziati che più ha contribuito allo sviluppo delle reti neurali (così si chiamano) dell’intelligenza artificiale, intorno al 2050 l’IA supererà in ogni campo le capacità umane. Da quel momento l’uomo perderà la sua egemonia e non c’è motivo di credere che quella superintelligenza non conquisterà l’intero universo. Schmidhuber lo chiama Anno Omega.

Non sappiamo se l’Anno Omega arriverà mai. Ma intanto dobbiamo accettare una cosa: bellezza, intuito e creatività non sono più prerogative umane.

Possiamo (e dobbiamo) discutere a lungo su quello che rimarrà a noi Umani. Ma intanto possiamo trarre una lezione che ci sarà utile in questa riflessione e che può essere preziosa ancora per molti anni (almeno fino al 2050).

La bellezza, l’intuito e la creatività hanno battuto la forza bruta.

Nell’era in cui i muscoli dei computer macinano big data, ora sappiamo che queste qualità hanno ancora un senso. Dobbiamo insegnare ai nostri bambini a essere eretici e geniali, non a eseguire. E dobbiamo riuscire a giocare la nostra mossa 78 in ogni campo prima che l’intelligenza artificiale ci surclassi. Non perché battere una volta l’IA è abbastanza, come ha detto Lee Sedol. Ma perché solo così capiremo chi siamo e cosa ci resta, cosa l’IA non ci toglierà mai.

Se vogliamo fare ancora un passo: ora che bellezza intuito e creatività hanno battuto la forza bruta possiamo abbandonare molte delle nostre peggiori distopie e rilassarci un po’. Immaginare un futuro in cui i computer dominano l’uomo grazia al loro potere di calcolo è angosciante e ci lascia senza speranza. Ma pensare che il dominio dell’intelligenza, se mai avverrà, sarà fatto di bellezza, intuito e creatività ci fa quasi attenderlo in trepidanza.

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Il sassolino giallo.

Leggi la leggenda dei sassolini gialli.

Nell’era dei Big Data, la creatività nasce dal saper guardare pochi numeri, quelli giusti.